A Bologna un progetto rivoluziona l’accoglienza per le persone senza dimora. Dalle regole rigide dei dormitori all’autonomia di una casa vera, per restituire dignità, fiducia e futuro. A Bologna, in una mattina di novembre, nei locali della cooperativa Piazza Grande c’è un via vai silenzioso ma costante: operatori sociali, educatori, volontari. Tutti lavorano per un obiettivo comune: ridare un tetto e una prospettiva a chi l’ha perduta.
Ne parliamo con Ilaria Avoni, presidente e operatrice della cooperativa, che da oltre dieci anni accompagna persone senza dimora nei loro percorsi di rinascita.
Ilaria, lavorate per restituire stabilità e dignità alle persone senza dimora, ma partiamo dall’inizio. Cos’è Piazza grande e qual è il cuore del vostro lavoro?
«Piazza grande è una cooperativa sociale nata più di trent’anni fa a Bologna. Da allora lavoriamo con e per le persone senza dimora, e da un po’ di tempo anche a Cesena. Negli ultimi dieci anni abbiamo concentrato i nostri sforzi su progetti che permettano alle persone di uscire dalla strada in modo definitivo, non temporaneo. Quando lavoravamo con le unità di strada ci siamo accorti che molte delle persone che accoglievamo nei dormitori tornavano ciclicamente in strada. Erano soluzioni che davano un sollievo momentaneo, ma non risolvevano davvero la situazione».
Perché queste persone tornavano in strada?
«Perché le strutture di accoglienza tradizionali, pur fondamentali, sono spesso temporanee e molto rigide. C’è un limite di tempo – due settimane, sei mesi – e regole stringenti: orari di ingresso e di uscita, spazi condivisi, poca privacy. A volte manca anche la sicurezza: i propri effetti personali non sono al sicuro, si dorme vicino a sconosciuti, ci possono essere conflitti o situazioni difficili da gestire. Per chi ha già perso tutto, vivere in un contesto così può essere troppo. Molti preferiscono tornare in strada, dove almeno sentono di poter decidere qualcosa della propria vita. I dormitori offrono accoglienza, ma non libertà».
‘Prima la casa’, dunque. È da qui che nasce la scelta dell’approccio ‘Housing first’?
«Esatto. Ci siamo ispirati al modello Housing First – “prima la casa” – nato negli Stati Uniti negli anni Novanta. L’idea è semplice: la casa è il punto di partenza, non il traguardo.
Avere una casa, le proprie chiavi, la possibilità di gestirsi in autonomia è ciò che davvero cambia la prospettiva. Da lì si può lavorare sul resto: il lavoro, la salute, le relazioni.
Nel nostro caso si tratta di appartamenti veri, spesso in convivenza, con il supporto di educatori che affiancano le persone nel loro percorso. L’obiettivo è restituire autonomia e dignità, non sostituirsi alle persone».
Quante persone avete accolto finora? E come riuscite a trovare le case che occorrono?
«Oggi gestiamo circa 130 appartamenti a Bologna e provincia. Li otteniamo grazie alla collaborazione con i proprietari privati, che scelgono di affidarci i loro immobili attraverso contratti di affitto regolari. Senza di loro non potremmo farlo: è un atto di fiducia reciproca. Noi garantiamo la buona gestione e loro, in un certo senso, diventano parte del progetto.
Negli anni abbiamo accolto circa 150 persone. E la cosa più sorprendente è che il 90% mantiene la casa nel tempo. Le uscite sono pochissime: un dato molto alto se confrontato con le accoglienze tradizionali».
Chi sono le persone che accogliete? E quali storie portano con sé?
«C’è molta varietà. Negli ultimi anni l’età media si è abbassata: sempre più giovani finiscono in strada, accanto a persone più anziane. Ci sono italiani e stranieri in proporzioni simili. Molti hanno alle spalle malattie psichiatriche o dipendenze.
La caratteristica comune è la solitudine: la mancanza di una rete familiare o amicale che li sostenga quando arriva la crisi. Spesso tutto parte da una perdita: del lavoro, della casa, di una relazione. Un fallimento lo puoi reggere, ma quando si accumulano diventa troppo.
E più passa il tempo in strada, più è difficile credere di poterne uscire. È un meccanismo psicologico: per difendersi da nuovi fallimenti, ci si convince che non valga la pena provarci».
Come reagiscono le persone quando scoprono che avranno una casa?
«È uno dei momenti più belli del nostro lavoro. Per molti significa recuperare la propria identità. Non si tratta solo di avere un tetto, ma di tornare a sentirsi qualcuno: padroni del proprio spazio, della propria vita. Una casa è anche una metafora potente: è il luogo in cui puoi costruire di nuovo, passo dopo passo. E questo lo vedi nei loro occhi. Noi diciamo sempre che restituiamo visione, non solo visibilità. È un cambio di prospettiva: da “senzatetto invisibile” a cittadino che partecipa alla vita del quartiere».
Questo tipo di progetto funziona solo se intorno c’è una rete solida. Bologna sembra un terreno fertile per questo tipo di esperienze…
«Sì, Bologna ha una tradizione di attenzione sociale molto forte. Ma non basta. Serve coinvolgere tutta la comunità: i proprietari, i vicini, gli amministratori di condominio, i commercianti. Per questo abbiamo lanciato la rete degli “spazi accoglienti”: bar, negozi, locali che espongono un adesivo e offrono piccole forme di ospitalità, un bicchiere d’acqua, l’uso del bagno, la possibilità di ricaricare il telefono. Sono gesti semplici ma potentissimi. Per una persona in strada, sapere che esiste un posto dove può entrare senza sentirsi giudicata cambia la giornata. Molti lo facevano già: noi abbiamo solo dato visibilità a una bontà quotidiana che era invisibile».
A proposito di ‘Cittadini ospitali’, questo modello può funzionare anche altrove, in contesti meno ‘avanzati’ di Bologna?
«Assolutamente sì. Negli ultimi dieci anni l’approccio Housing First si è diffuso da Milano a Catania, passando per Roma, Napoli, Firenze. Ovviamente ogni città ha le sue specificità, ma ovunque le persone rispondono bene. L’importante è non perdere di vista il principio: non gestire la povertà, ma provare a risolverla. Dare una casa non è un gesto di carità, è un atto di giustizia. E noi continueremo a farlo, perché ogni persona che torna a vivere in una casa non è solo un successo individuale: è una piccola vittoria collettiva. È la prova che un altro modo di stare insieme è possibile».
«Restituire una casa significa restituire una possibilità. E quando qualcuno torna a credere in sé, la città intera diventa un posto migliore».



