Con il suo programma televisivo, ‘Generazione bellezza’, gira l’Italia a caccia di grazia autentica, territori in cui l’impatto antropico si sposa con l’ambiente e con l’andamento naturale del paesaggio creando armonia ed economia. Emilio Casalini, giornalista Rai e conduttore della trasmissione, ci spiega ciò che ha trovato e cosa ancora cerca, in questa Italia i cui cittadini hanno ereditato tutto, ma non ne conoscono ancora il vero valore.
Il tema di quest’anno del Festival è “Cittadini ospitali”. Visto che viaggi molto per lavoro e pratichi l’ospitalità in prima persona, due domande al volo: che idea ti sei fatto dell’Italia che ospita? E, in virtù della tua esperienza, chi è per te il cittadino ospitale?
La prima risposta è che non abbiamo ancora capito il vero potenziale dell’ospitalità. Siamo ancora fermi a un concetto di ospitalità degli anni Ottanta, un po’ migliorato ma non evoluto davvero. Non abbiamo compreso quanto vasta sia l’estensione di ciò che significa ospitalità: accogliere in senso più ampio significa anche attrarre turisti migliori.
Oggi abbiamo un problema di over tourism anche perché abbiamo un’offerta sbagliata: attiriamo turisti sbagliati. Certo, non dipende solo da noi, ma il fatto è che non offriamo ancora esperienze vere, non offriamo un’accoglienza sistemica, fatta bene. Questo impoverisce in modo drammatico la qualità dell’offerta e, di conseguenza, dei turisti che vengono da noi.
L’offerta determina la domanda: parliamo tanto di turismo esperienziale, ma nel 90% dei casi offriamo solo attrazioni turistiche – camminate, passeggiate – senza creare vere esperienze.
Abbiamo un problema gigantesco di migliorare l’accoglienza, che secondo me è ancora molto arretrata. Detto ciò, c’è tanto da fare, ma la cosa bella è che tutto ciò che manca si può costruire. Quindi non è una visione negativa: è una visione ottimista, che guarda al potenziale. Anche per quanto riguarda l’over tourism, è vero che servono regole, ma è altrettanto vero che dobbiamo imparare come accogliere bene, perché è lì che quelle regole trovano senso e applicazione.
E invece, in virtù delle esperienze che hai fatto viaggiando, che idea ti sei fatto del cittadino ospitale? Esiste una cittadinanza ospitale? È auspicabile?
C’è ancora pochissimo, e vale lo stesso discorso di prima. È troppo facile ospitare in modo passivo, cioè senza impegnarsi davvero, senza preoccuparsi di fare le cose bene in tutti i dettagli, pensando solo al proprio pezzo. Quando parlo di ospitalità sistemica intendo dire che devo occuparmi anche di ciò che non è strettamente “mio”.
Se ho un ristorante, devo preoccuparmi anche di dove dorme la persona; se offro solo un alloggio, devo occuparmi non solo di dove mangia, ma anche di cosa fa, delle persone che incontra, di come viene accolto nei negozi, delle attività che può vivere: sportive, culturali, creative, artigianali, enogastronomiche.
Questa è l’accoglienza sistemica.
Oggi invece abbiamo ancora un’accoglienza passiva, sporadica e limitata. Il cittadino accogliente è ancora una perla rara, presente solo in quei piccoli centri dove da anni si è costruita una cultura dell’ospitalità (penso ai paesi che, da almeno dieci anni, hanno sviluppato il patentino dell’ospitalità). Lì, con fatica, è nata una cultura. Perché? Perché fare soldi è facile. Accogliere bene, invece, è difficile. E di solito ognuno sceglie la strada più facile.
Un’ultima curiosità, Emilio: la bellezza in Italia l’hai cercata o l’hai trovata?
Entrambe. La cerco tanto, perché siamo circondati dalla bellezza, ma è una bellezza spesso priva di cura. È quella che abbiamo ereditato: la natura, l’architettura, la tradizione, l’artigianato, l’arte… tutto ciò che altri hanno creato prima di noi.
Siamo immersi in quella bellezza, ci nasciamo dentro, ma io cerco coloro che la continuano a rinnovare. E non sono molti. Questa è la grande sfida e la grande responsabilità: oggi non sono in molti a creare nuova bellezza. Io la cerco, perché ce n’è tanta intorno, ma voglio trovare quella nuova.
Perché, secondo te, manchiamo ancora di consapevolezza?
Sì, molto. Siamo come la terza generazione di un grande imprenditore che ha fatto fortuna: abbiamo ereditato tutto, ma non capiamo più il valore di ciò che abbiamo. Siamo un po’ “bambini ricchi”, pieni di risorse senza doverci impegnare. E quindi non ci sbattiamo abbastanza. È troppo facile vivere in un Paese come il nostro, e questo spesso ci toglie la voglia di inventare, di creare qualcosa di nuovo. Però rimane una cosa positiva: le storie che troviamo sono bellissime, esistono, e mostrano che il cambiamento è possibile.



